
I cappellini sono la mia passione, cappellini di tessuto, panama, paglia di firenze o cloche morbide. Il loro tripudio è l’estate, quando il cappellino prende vita nella sua forma originale: ornare, decorare e non coprire.
Non siamo britannici e mai indosseremo i cappellini della regina Elisabetta o di Camilla Parker Bowles o quelle opere d’arte che Philip Treacy mette spigliatamente sulle teste delle londinesi, ma un cappellino di paglia naturale che fa tanto Carolina nel suo periodo nero ad Aix en Provence ce lo meritiamo.
Quest’anno ne ho comprati diversi, colorati, naturali, righe fiorentine, li ho esposti in fila indiana su di una mensola della boutique, come tante palle colorate in un negozio di giocattoli, allegri, chiamano il sole o la pioggia d’estate; a tesa larga per le giornate assolate di luglio, a cloche per le sere fresche quando il maestrale soffia violento e il cappellino devi tenerlo fermo con le mani.
Sono in piedi e guardo i miei cappellini con amore materno quando una coppia varca la soglia, sono due non più giovanissimi, sulla quarantina, abbigliati come texani a Miami, lei biondona, coda di cavallo fino alla vita, occhiali mascherina neri e miniabito animalier, lui palestrato pantalone bianco aderente stile “hai una pistola nella tasca o sei felice di vedermi?” camicia di lino sbottonata sul petto depilato, insomma, due tipi filologicamente perfetti, nel loro genere. Ivano e Jessica di Viaggi di Nozze.
-Buongiorno, ho visto quel bellissimo cappello di paglia a tesa larga, posso provarlo?- cinguetta Jessica con Ivano al seguito. -Ma certo, questo è un bellissimo cappello di paglia di firenze, fatto a mano in fibra naturale.-
-Amò, guarda che bello, mi sta bene?-
-Amò, sei una favola, paga che andiamo-
-Amò, ma non era proprio quello che cercavo-
-Amò, e quando mai trovi quello che cerchi? com’è che lo volevi? dai che abbiamo fretta.-
-Volevo un cappello così di paglia sì, ma non così, lo volevo bello largo ma come posso spiegare, tipo cow boy, amò hai presente quelli da cow boy che fanno tanto Calamity Jane e a me stanno bene perchè io so’ ‘na tipa aggressiva, ’sto cappello mi fa tanto Rossella Ohara e io so’ più Lara Croft-
-Amò, e allora andiamo, se non ti piace.-
-Non è che non mi piace, è… è… non è abbastanza aggressivo amò, come so’ io. Io volevo un cappello da cow boy.-
-Amò, dammi qua che te lo sistemo io ’sto cappello da cow boy-
Ivano prende il cappello dalla testa di Jessica, lo gira e lo rigira nelle mani, va diritto e deciso al mio bancone puntando un oggetto non ben identificato con fare da Gary Cooper in mezzogiorno di fuoco, fa un mezzo giro su se stesso, fissa negli occhi Jessica, prende il cappello, accosta i lati della meravigliosa tesa larga e tira fuori l’arma recuperata: la spillatrice… click clack e il mio cappello romantico è trasformato in un cappello fusion da cow girl, poco credibile con il suo gros rosa cipria ma con due gesti il cappello da cow boy è fatto!
Non so se scoppiare a piangere o chiamare la polizia, ma alla fine lo sguardo di amore profondo di Jessica e di eterna gratitudine verso Ivano vale più del mio orgoglio, prendo la carta di credito e faccio anche lo sconto.
E poi si dice che gli uomini non fanno più nulla per le loro donne.
Francesca è una delle mie clienti più affezionate, ricordo la prima volta che si affacciò in boutique, circa tre anni fa, era l’inizio dell’estate, il periodo in cui il mio negozio si trasforma in un altare di vestitini, magliette e gonne colorate e infiorellate.
Alle grucce erano appese collezioni di mini mini abiti, quegli abitini che le donne indossano quando stanche del grigiore invernale, sbocciano nelle strade del centro come roselline profumate.
Francesca entrò attratta dai colori, mi salutò e iniziò a guardarsi intorno, prima con timidezza e poi con la fame che solo chi ama la moda sa avere.
Toccava i tessuti e accarezzava le sete quasi a voler contarne i fiorellini.

Amo l’omino dell’Ups, ogni volta che vedo il furgoncino marrone e giallo che imbocca il parcheggio mi batte il cuore.
Ma non perchè l’omino dell’Ups sia particolarmente avvenente o affascinante, solo per il prosaico motivo che l’omino mi porta i pacchi di cose nuove.
Io, come una bimba la mattina di natale, firmo in fretta la ricevuta, sorrido riconoscente e, una volta sola, chiudo la porta a chiave e mi tuffo nell’odore buono di cartone.
Oggi l’omino è arrivato di soppiatto mentre ascoltavo Fossati su Youtube e sognavo il mare e non ho visto il suo furgoncino, ma il cuore mi è battuto lo stesso quando l’ho visto arrivare con il bellissimo blocchetto delle ricevute in mano.
L’omino dell’Ups è rumeno ed è uno degli uomini più gentili che conosca, bassino, biondino, giovane ed educato. Una volta mi ha guardato tutto timido e mi ha detto
“Signora, se le lascio i miei bigliettini da visita mi fa pubblicità?”.
Me ne ha lasciati un pacchetto e ho notato, appena uscito, che fa il massaggiatore sportivo, A Bucarest era il suo lavoro. Da allora aspetto ansiosa che entri un calciatore o un tennista per promuovere l’omino.
L’omino mi ha portato un paccone enorme, di quelli con su scritto “alto”, da trattare con cura e non rivoltare, con tutti i suoi begli abitini appesi alle grucce, un signor pacco.
L’emozione mi ha fatto dimenticare di chiudere la porta e così, mentre scartavo il mio cabinet delle meraviglie, gustandomi la fragranza dei tessuti caldi caldi, è entrata una ragazza.
“Sono arrivate le cose nuove? Che bello!”
“Bello, sì, stavo proprio per metterle a posto”
“Posso dare un’occhiata?” dare un’occhiata è la locuzione che più mi spaventa, so per esperienza che dare un’occhiata significa metterti tutto in disordine e violentare le mie belle cosine nuove, ma ho avuto un padre comunista che mi ha fatto diventare, ahimè, assertiva e non ho saputo dire di no.
“Prego, anche se devo ancora prezzarle…”
“fa nulla, do solo un’occhiata”
E si tuffa anche lei nel mio scatolone fra i miei vestiti santi, con la sua capigliatura biondo extension e il profumo di vaniglia.
“Bello questo, posso provarlo?”
“Signora, sono appena arrivati, devo caricarli sul pc e prezzarli”
“Ci metto un attimo, è troooppo bello”
Tira fuori un abitino di seta lucida e vergine e corre in camerino senza nemmeno guardare la taglia.
Sto per scoppiare e mandare a quel paese lei e il suo profumo di vaniglia che mi ricorda l’arbre magique della 127 verde del mio primo fidanzato, ma mentre la mia bocca si schiude vedo mio padre con il ditino alzato che mi dice “gentilezza, gli uomini sono tutti uguali e degni di rispetto” e chino il capo.
E’ la mia giornata fortunata, perché la signora esce fuori tutta vestita di nuovo, croccante nelle sue vesti di fabbrica e mi fa
“Ha visto che era perfetto? Lo prendo e lo tengo addirittura addosso, stavo giusto andando ad un congresso dove devo parlare sul palco, chissà come mi invidieranno tutti!”
Visto che di queste fortune mi capitano solo negli anni bisestili, cerco in fretta sul pc il prezzo di vendita e lo comunico alla signora che si specchia sistemandosi il vestito, tutta contenta.
Paga e esce.
Proprio mentre mi volta le spalle e sta per aprire la porta mi accorgo che un angolo della gonna del suo bel vestitino nuovo si è infilato nelle mutande scoprendole tutta la coscia e mezza natica cicciotta.
Faccio per chiamarla e avvisarla ma il diavoletto che è in me e che amo ha il sopravvento e mi impedisce di parlare, rendendomi impassibile con l’angolo della bocca piegato in un ghigno malefico.
“Arrivederci, Signora, vedrà che farà un figurone al suo congresso”.
E mi rituffo nel mio scatolone.

Dopo qualche anno di osservazione dell’essere umano in situazioni di shopping, ho scoperto come i generi musicali possano essere abbinati ad ogni particolare fenotipo.
Nei giorni noiosi mi diverto ad affibbiare un tipo di musica o a scegliere un brano per chiunque entri in negozio, appena varca la soglia le regalo l’ idea musicale che ho di lei, vado al mio computer e basta un click per far partire il brano, nella mia testa credo fermamente che faciliti l’acquisto!
Esempi: la signora Babele ha sfilato per il marito alternando francese italiano e inglese sotto le note di Psycho Killer dei Talking Heads.
Alla moralista ho regalato One cantata dal grande Johnny Cash, mentre alla punkabbestia ho affidato Come as you are dei Nirvana.
Quando è entrata la piccola signora poi identificata come Tosca Violetta, ho immediatamente pensato a, Por una cabeza di Carlos Gardel.
Tosca Violetta è minuscola e delicata, come una ballerina classica ma con la grinta di una venditrice ambulante, un controsenso di personalità, grigia, con i dettagli imperfetti un po’ retrò , ma con gli occhi graffianti da rapace e il piglio più moderno di Lady Gaga. Un tipo speciale.
ToscaVioletta è entrata attratta dagli anelli con le iniziali che ho in vetrina, cerchietti di argento con incastonati i tasti delle vecchie Remington, macchine da scrivere d’altri tempi.
ToscaVioletta è decisa a comprare sia la T che la V, perchè , spiega, “io sono sia Tosca che Violetta, e mica mi posso segare in due”.
“La mia mamma amava l’opera e mi ha portato in pancia ascoltando le arie della Traviata e della Tosca, e come potevo nascere io? Se non con la testa fra le note?”
E giù una risatina cristallina cristallina con i dentini piccoli e bianchi e le labbra piene di peletti chiari.
Tosca Violetta è siciliana, di Palermo, e ha quella dolcezza antica ma forte, da aquila, che solo le donne del profondo sud sanno avere. Avrà una settantina d’anni tutti vissuti, all’apparenza, fra le nuvole, con le sue arie e i personaggi delle opere nelle orecchie
Tosca Violetta ha voglia di sentirsi addosso tutto il suo nome, dice “sono io il mio nome sono IO ! Voglio la T e la V anche se ingombranti e non vanno tutti su di un dito”
Compra due anelli che io stringo adattandoli alle minuscole dita che sembrano l’ ossicino di Hansel e Gretel, li indossa e non ha voglia di andar via
“Mia mamma mi ha fatta dolce e fragile come Violetta ma anche forte e determinata come Tosca, una personalità non ammazza l’altra, devono convivere”
E Tosca Violetta inizia a canticchiare “amami Alfredooooo amami quanto io t’aaaaamoooo” e accenna due passi di danza con piglio tragico.
E come posso io lasciare sola una meraviglia del genere e non sfruttare un attimo così raro?
Corro al mio pc e in un attimo trovo l’aria su youtube, un click e il negozio si riempie di atmosfere da teatro, io e Violetta seguiamo l’aria e canticchiamo, lei con la sua faccetta occhialuta e baffuta e con mille espressioni tutte condensate in pochi cm quadri. Io senza vergogna alcuna.
Si ferma, diventa tutta seria e dice “e Tosca? Vogliamo lasciarla da sola?” e io, pronta, via con “Vissi d’arte” e l’aria si riempie dei trilli della grande Maria nella performance di Parigi del ‘58.
E mani che solfeggiano e occhi sognanti, trilli della Callas e acuti di Tosca e lacrime di Violetta.
Mentre il grande Puccini rivive in San Felice sento un “ehmm mi scusi” …
Io e la mia nuova amica ci guardiamo negli occhi e scoppiamo a ridere, nel nostro delirio da melomani ci siamo dimenticate di non essere su di un palco di uno dei teatri delle due Sicilie ma in un negozio nel 2010, e, soprattutto, che abbiamo una specie di folla che ci guarda sorpresa dalla vetrina.
Tosca Violetta paga i due anelli e mi saluta con quella bellissima espressione che solo la complicità della condivizione di un segreto sa dare, ormai siamo sorelle di melodramma.

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