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Bologna è la città dei punkabbestia, si sa, credo che, per una particolare legge della cibernetica, un po’ come fanno le farfalle, i punkabbestia di tutto il mondo comunichino fra di loro da lontano e si diano appuntamento qua, sotto i portici e fra le strade di Bologna.
Noi bolognesi siamo abituati ai punkabbestia, ma questa reale prolificazione ha fatto sì che la città si divida, dal punto di vista sociologico-vestiario, nettamente fra frikkettoni e fighetti.
I punkabbestia fanno part della tribu dei frikkettoni, ovviamente, e si concentrano tutti in una zona precisa, quella che va dalle due torri a  porta zamboni, detta “zona universitaria”, verso nord, mentre i fighetti trovano il loro habitat naturale vrso il sud, dalle torri ai colli.
I frikkettoni esistono, come specie umana,  dalla notte dei tempi, prima amavano farsi chiamare hippie e volevano aprire la piadineria in india, ora si chiamano punkabbestia e vogliono, insieme al loro cane, convincerti che, per non so quale legge etica, tu hai il dovere di dargli 50 centesimi perchè loro sono punk e hanno la bestia.

I fighetti ci tengono moltissimo a differenziarsi dai frikkettoni, ed è per questo che hanno inventato un codice tutto loro che si rinnova con una cadenza che va dai 3 ai 5 anni, diciamo una divisa concordata, che si manifesta intorno agli anni 90 nel Woolrich, negli anni 2000 nel Belstaff tenendo comunque sempre come riferimento la borsa di Vuitton.
Vale sia per  uomini che per le donne, i fighetti sono facilmente riconoscibili dal capo di abbigliamento che, al momento, gli dà più sicurezza. A volte ne vedi alcuni con le scarpe a punta color kaki impunturate, ma quelli sono i romagnoli, è un’altra cosa.

Torniamo a noi

Ebbi la visionaria pretesa, tempo fa, di aprire un negozio che non vesta né i frikkettoni né i fighetti, diciamo una cosa mai vista, con pezzi mai visti, eleganti ma particolari, insomma, tutto il contrario di Amsterdam (cit.).
Da me vengono soprattutto gli stranieri, il che, dal punto di vista economico non è una gran vittoria, a volte vengono i fighetti che si fanno riconoscere con la tipica frase “finalmente delle cose diverse!” ma poi non comprano nulla e vanno in Galleria Cavour.
Quasi mai vengono i frikkettoni, probabilmente perchè io sono, per loro, una schiava del consumismo capitalista che sfrutta i poveri per vestire i ricchi. Vabbè.

Un giorno, mentre ero in negozio a pensare fra me e me sulla convenienza dell’essere diversi, è entrato un esemplare femmina di punkabbestia, perfetta nel suo ruolo, carina, tutta nera e sdrucita, piena di piercing con i capelli rasta e con bestia di razza pitbull al seguito.
Adesso, se io avessi ragionato con la mentalità della negoziante media bolognese, cosa che mi converrebbe fare nel 99% dei casi, l’avrei guardata con sufficienza e avrei aspettato che se ne andasse, senza perderla d’occhio un istante, ma pare che questo l’avesse già fatto il negoziante 20 mt prima di me, peggio per lui.

La punkabbestia mi chiede di provare un vestito che io chiamo dall’inizio della stagione “bello e  impossibile” abito splendido di velluto in seta, di fattura londinese, con stampa futirista del prezzo di 1.250 euro.

Sopresa  della scelta, le passo il vestito e propongo di badare alla bestia, sperando, metre lei è in camerino, di non essere azzannata alla caviglia.
Dopo pochi minuti, mentre io e la bestia ci guardiamo negli occhi chiedendoci entrambi il perchè di questa confidenza che mi porta  a reggere il suo guinzaglio, chiedendomi se il cane sia consapevole di essere la bestia di un punk, la ragazza esce, già rivestita, smontando quel minimo di speranza che  mi ero costruita,.
Già convinta dell’ insuccesso, faccio per rimettere l’abito sulla gruccia al suo posto  quando, colpo di scena, la ragazza indispettita con piglio fiero mi fa “no no, lo prendo, lo prendo”.

Mentre nelle orecchie sento il suono lontano di “working class hero”, la punkabbestia mi passa un’American Express gold che io striscio nell’apposita macchinetta la quale, vittoriosa, tintinna   alla  scritta sul display “transazione eseguita”.

Saluto la ragazza e accarezzo la bestia. Come bella la diversità!

The Punkabbestia

Bologna is the city of punkabbestia, we know, I think that, for a special cybernetic law, as the butterflies do, punkabbestias communicate each others, all around the world, and meet here, under the tow towers and around Bologna’s streets
We are used to punkabbestias, but this proliferation caused that the city split in two in socio-clothing terms , the friks and the dandies.
The punkabbestias belong to the tribe of friks, obviously, they are concentrated in a specific city area,  that goes from the two towers to zamboni gate, called “the university area”, while the dandies have their natural habitat to the south, from the towers to the hills.
The friks have been existed, as a human species, since always, first they have been called hippies and wanted to open a piadineria in India, now they are called punkabbestias and want, along with their dog, convince you that, I do not know for which ethics law, you to have the duty to give them 50 cents because they are punk and they have the beast.

The dandies have the care to differentiate itself from the friks, and that’s why they created a dresscode which  is renewed every 3, 5 years, you can say a uniform that was expressed in ’90s  in Woolrich jacket, and in 2000 in Belstaff jacket, keeping as a reference Vuitton bag.
Dandies are easily recognizable by the clothing that, at the time, gives them more self safety. sometimes I see some of them with kaki pointy stitched shoes, but those come from Romagna, that’s another matter.

I had this vision, some time ago, to open a boutique that doesn’t fit neither kricks nor dandies, say something never seen, with pieces never seen, but elegant, in fact.
My customers are mostly foreigners, which, for an economic point of view, is not a great victory.
ometimes the dandies come in and I recognize them from the typical sentence “finally smart things!!” but then they do not buy anything and go to Galleria Cavour .
Friks come rarely,  probably because I am, for them, a slave of capitalist consumerism that steals the poor to the rich…

Once, while I was in the store thinking to myself on the convenience of being different,
a female sample of punkabbestia, perfect in his role, cute, messy, all black dressed, full of piercings rasta hair with a pitbul dog, came in.
Now, if I had the mentality of the average sellers in Bologna, which it would be great in 99% of times,  I would have looked at her with disdain and I would have waited for her to go away, taking care of her acting. But I am gentle.

The punkabbestia asked me to try a dress which I call, from the beginning of the season “beautiful but impossible” a silk velvet beautiful dress from London, at the price of 1,250 euros.

Surprised from her choice, I passed the dress to her and I proposed to look after the beast, hoping, while she was in the dressing room, not to be snapped at the ankle.
After a few minutes, while I and the beast were looking in the eyes, both wondering why this confidence which leads me to hold his leash, wondering if the dog was conscious of being the beast of a punk, she came out, already dressed, removing my little hope about the sale.
Already convinced of my failure, I was putting back the dress on the hanger, when, the girl with a bold glance, says “no no, I take it, I take it.”

While in my ears I was hearing the distant sound of “Working Class Hero”, the punkabbestia passed me an American Express gold card, which I dragged in the machine which, victorious, tinkling the writing on the display “transaction done”.

I greeted the girl and stroked the beast. How I like the diversity!

 

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Tipologia n° due – La Moralista


“Buongiorno, cerchiamo un vestitino per la ragazza?”
Il buongiorno proviene da una signora paffutella dalla faccia allegra, con un abitino a fiori che ride come lei, buon aspicio.
La ragazza è una trentenne occhialuta, praticamente il negativo della mamma, mogia mogia, silenziosa, tutta di grigio vestita, con un fazzolettino stretto tra le mani.

Il vestito desiderato serve per una cerimonia, nero non va bene, bianco non sia mai, non troppo evidente altrimenti la sposa scompare (sicura?), non viola che porta sfortuna, non scollato che il prete la scomunica.
Le porto in rassegna una serie di vestitini deliziosi, colorati, merlettati, semplici o bizarri, storce il naso, nemmeno un cenno mentre la mamma quasi quasi si straccia le vesti per osannarne la fattura e la qualità.
Dopo diverse occhiate agli stand, finalmente sento “Prova questo, è bellissimo!” l’occhialuta lo prova, con la stessa espressione di chi ha appena raggiunto il suo turno dal dentista.
L’abitino scelto è un delizioso abito da cocktail, con spalline in gros beige e gonna in chiffon rosso, il mio preferito, bello come il sole.

Prende l’abito e lo porta in camerino, la mamma, inizialmente, sbircia dalla tenda, passano 5 minuti, nulla, ne passano 10, la mamma si addentra sempre più nel camerino, dopo 15 la mamma non ne è ancora uscita e sento confabulare zitto zitto fitto fitto. Una specie di compendio sull’abito perfetto.

Sento rumori di grucce e, dopo una mezz’oretta, finalmente, la trentenne viene fuori dal camerino, scapigliata come dopo una notte d’amore, ma non con ben diversa soddisfazione.

La mamma non sorride più; lei, rivestita di tutto punto, con gli abiti più grigi di quando è entrata, mi guarda con l’aria di chi possiede il verbo e sta per diffonderlo al mondo e mi fa:
“Signora, l’abito è bellissimo, mi sta anche bene, la mia mamma dice che è perfetto e che me lo comprerebbe subito, la qualità è alta, ma sa, io, trovo “immorale” spendere tutti questi soldi per un vestito…

A queste parole Maria di Magdala esce seguita dalla mamma che mi lancia un ultimo sguardo mortificato dal quale si leggono tutti i suoi trent’anni passati con la consapevolezza di aver generato un mostro.

Io resto intontita per qualche istante e vado a controllare se in vetrina ci sono i prezzi, come la legge comanda. Ci sono.

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Bon ton boutique diary – 2nd type – The Moralist

“Good morning, we’re looking for a dress for this girl!”
The good morning comes from a plump lady with a cheerful face, dressed in a floral dress which laughs, good start!
The girl is a bespectacled thirty years old girl, the opposite of the mother, subdued , quiet, grey dressed , with a handkerchief tight in her hands.

The dress is required for a wedding party, black is bad, never white, not too brilliant, otherwise the bride would disappear (you sure?) not purple that brings bad luck, not a big decollete, the priest could  excommunicate her.

The range I offer includes  some delicious clothes, colored, laced, simple or bizarre, she turns up her nose, not even a nod while his mother almost hosanna about the nice models and qualities.
After looking at all the stands, finally I hear “Try this, it is great!” The bespectacled tries it, with the same mood of someone who has just reached his turn at the dentist.
The dress is a lovely cocktail dress with beige grosgrain straps and  red chiffon gown, my favorite, really beautiful.

She takes the dress and goes to the dressing room, the mother, first, peeks from the curtains, after 5 minutes, nothing, after 10, the mother goes into the dressing room, after 15 minuts, both are not out yet and I hear a quiet confabulation. A kind of compendium about the “perfect dress”.

I hear hangers noise, and, after half an hour, finally, mother and doughter come out the dressing room, she looks unkempt like after a hard love night, but with a very different mood.

The mother does not smile anymore, the girl is dressed , with her clothes grayer than when she entered, she looks at me with the air of one who hold the truth and is going to spread it to the world and says:
“Lady, the dress is beautiful, it perfectly fits on me, my mom says it’s perfect and she would buy it immediately for me, the quality is high, but you know, I find” immoral “to spend all this money for a dress. ..

At these words, Mary Magdalene go out followed by the mother who gives me the last mortified  look where I  read all her past three decades with the knowledge that she has generated a monster.

I remain stunned for a moment and suddenly go checking if there are no prices on my display, as the law wants. There are.

 

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tipologia n° 1 – l’apparenza non inganna


23 agosto 2010

Tornata dalle ferie e riaperto il negozio, ho subito ritrovato quel familiare e confortante odore di tessuti e polvere di via San Felice. Quello non lo dimentichi mai, ti si appiccica addosso e crea dipendenza.

Le scritte sui muri sono sempre più presenti e il caffè del bar è peggiorato.

Ci sono i saldi, gli ultimi, non vedo l’ora che queste cose colorate che ho davanti agli occhi da sei mesi vadano in mano a qualcuno, quasi quasi gliele regalo, ma non sta bene, non si può.

La mattinata scorre veloce, si vendicchia, ci sono i saldi al 70% vorrei vedere.

Alcune delle mie clienti per bene della mia boutique per bene si affacciano per salutarmi e per accaparrarsi quello che un mese fa costava 3 volte tanto. E sono soddisfatte, come se mi avessero fregata, e quella sì che è una soddisfazione.

Verso le 11.00 entrano loro, la coppia Babele, si presentano ogni tanto e mi fanno rizzare i capelli.

Lei sui 55, magrina, biondina, occhialuta, molto bon ton, troppo bon ton, con un nome da film con Alberto Sordi, si muove a scatti, i piedi un po’ a papera. Da ragazza sarà stata una ragazza sciapita ma molto molto per bene.

Lui sui 60, alto, bell’uomo, capelli folti a nuvola bianca, elegante, con tendenza allo sproloquio e anche un certo piacere ad ascoltarsi.

Li chiamo la coppia Babele perchè, non so per quale confusione linguistica o per quale nuovo teatro dell’arte dell’ostentazione, parlano fra di loro alternativamente in Italiano, francese e inglese.

Lui si siede sulla mia poltrona sentendosi un Cary Grant con la sua Barbara Hutton e lei inizia la sfilata. Indossando i capi e ancheggiando davanti marito che la osserva interessato con aria da gran consulente di immagine.

Di solito non sa mai cosa cerca, “questo è adatto per quel cocktail con…” “ma ti sembra? Con la gente che frequentiamo mi metto questo?” “questo in barca a Saint Tropez è un amore” “ma se sembro una vecchia rugosa”.

E va avanti per ore, fino a quando non mi ha completamente smontato tutti gli stand del negozio, disseminato il camerino (e non solo) di abiti e provocatomi un certo il tic all’angolo dell’occhio.

Il marito le comprerebbe tutto, ma lei non sa mai cosa comprare (maledetta).

Il marito esce a fumare, se potesse indosserebbe un loden verde anche in agosto perchè fa tanto uomo di classe.

Lei si riveste calpestando il cimitero dei vestiti che ha creato e mi fa:

“Sa, ho pensato, se devo spendere dei soldi per questi stracci, tanto vale che mi vada a comprare un Gucci”

Ecco, vatti a comprare un bel Gucci e salutami la povera crista della commessa, che io qui ho un bel da fare per farmi passare il tic e l’emicrania.

 

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Ho fatto una difficile associazione, perchè proprio volevo farla.

Sono tornata dalla Bretagna che mi ha ammaliata, atmosfere da Querelle de Brest, piante selvagge sugli scogli rotondi e cieli grigi.

Ho fatto il secondo tatuaggio della mia vita a Brest, un uccello tropicale, un pappagallo, il primo l’ho fatto nel 1981 a Taranto, il segno di venere.

Una volta sono uscita la mattina presto di una giornata plumbea, mare in tempesta e nuvole nere nere. La spiaggia era affollata da centinaia di bambini in cerata per la lezione di vela. Tanto vento e vela e surf.

Mi piace il surf clothing e la voglia di vestirsi cool anche se si è stracciati dall’onda, questo brand di New York ne è un esempio.

Pret a Surf

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